Qual è l’ultima volta che avete spento il vostro smartphone?

Io non me lo ricordo: quando si è scaricata la batteria? Quando ho dovuto cambiare la SIM? Quando il telefono era impazzito e ho dovuto resettarlo?

Sicuramente non ricordo l’ultima volta che ho spento il telefono soltanto per spegnerlo, perché “non mi serviva”.

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Questa attitudine, comune ormai a molti di noi, in alcuni casi è così estremizzata da diventare patologica: si chiama Fomo (Fear of Missing Out) la paura di perdersi qualcosa non controllando in continuazione social network e/o e-mail; si chiama Nomophobia (il prefisso sta per no-mobile) il timore di rimanere sconnessi.
Una ricerca realizzata quest’anno da Gfk ha attestato che una quota molto rilevante degli intervistati (la media globale è del 34%) trova difficile staccarsi dalla consultazione di un device digitale anche quando comprende che dovrebbe farlo; il paese in cui questa dipendenza sembra essere più diffusa è la Cina (43%), mentre le nazioni con le percentuali più basse (17%) sono Giappone e Paesi Bassi. L’Italia si trova più o meno a metà strada, con il 29% degli intervistati che trova difficile prendersi una pausa dalla tecnologia.

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In alcuni casi, la dipendenza da device tecnologico è grave al punto da provocare effetti fisici simili a quelli degli attacchi di panico: sono situazioni che devono essere affrontate affidandosi ad uno specialista, che indichi il giusto percorso di disintossicazione (perché gli effetti a livello cerebrale sono gli stessi di qualsiasi altra dipendenza, ovvero un’interferenza nella produzione della dopamina, il neurotrasmettitore che regola il circuito della ricompensa).

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Ovviamente non per tutti si tratta di una patologia: per molti lo smartphone si è semplicemente “infilato” in mezzo alle proprie abitudini. Lo usiamo per impostare la sveglia ed è quindi l’ultima cosa che vediamo prima di andare a dormire (e vuoi non leggere il messaggio WhatsApp di Vitty? E vuoi non risponderle, che poi ci fai anche la figura da “maleducata” ora che ci sono le spunte blu?); sfogliamo la bacheca di Facebook facendo colazione la mattina, ancora un po’ rintronati; nei tempi morti, sui trasporti pubblici, leggiamo mail o scriviamo messaggi; invece di buttarci sulla pizza calda fumante perdiamo tempo a fotografarla e a postare la foto su Instagram; in viaggio fotografiamo TUTTO (e postiamo tutto), perdendo completamente il senso dell’immortalare un’emozione.

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Ovviamente si parla di “abuso di”: non c’è niente di male nel fare nessuna di queste cose, l’importante è non avere uno schermo che si trasformi in un filtro fisso e costante tra noi e la realtà.

 

 

Compiti per l’estate: approfittando delle vacanze, spegniamolo un po’ di più il telefono, fa bene a noi e ve ne sarà grato anche lui.

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Federica Berra

Il modo in cui mi approccio alla realtà è influenzato da una serie di elementi: il percorso di studi seguito (Scienze della Comunicazione), la passione per il mondo del marketing, Game of Thrones (ma anche Lost, Dexter, Buffy, Twin Peaks e le serie TV in generale).
Mi affascina scoprire come ogni giorno venga inventato qualcosa di nuovo (nel mondo del tech, dei servizi, del food… ovunque!) e come la creatività sia la vera artefice di tutto ciò: e come dice Rodari «il processo creativo […] – udite! Udite! – ha un carattere giocoso: sempre.»