Chi ha paura dei robot?

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Si chiama tecnofobia, la paura dei robot: paura che possano soppiantarci al lavoro, paura di essere spiati, paura che possano sottomettere e dominare completamente la razza umana.
Ci sono volte in cui sembra impossibile che quelli che noi consideriamo strumenti al nostro servizio possano farci paura; altre volte invece, la possibilità che l’intelligenza artificiale possa diventare così “intelligente” da emanciparsi dal suo creatore ci sembra molto più reale.

Non ci perderemo su esempi e citazioni tratti dall’ambito cinematografico (che ha approfonditamente spremuto questo tema), perché non è il contesto adatto: ciò di cui parleremo, ispirati anche dall’ultimo Creativity Day a Milano, è ambientato nel ben più inquietante… mondo reale!

Quest’estate al Facebook A.I. Research (Fair) è stato avviato un esperimento in cui due intelligenze artificiali allenate alla negoziazione (Alice e Bob) venivano fatte dialogare tra di loro, ognuna delle due con una serie di obiettivi da raggiungere e con dei differenti “valori” (ovvero l’importanza verso un determinato oggetto), variabile che chiaramente avrebbe influenzato il comportamento durante la negoziazione. L’obiettivo finale dell’esperimento era il raggiungimento della migliore strategia di vendita di oggetti comuni.

Succede però che Alice e Bob, programmati per comunicare in inglese, inizino a parlare una lingua diversa: o meglio, i termini utilizzati sono termini che esistono, ma vengono associati in maniera “incomprensibile”, almeno per noi.

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Questo è un esempio del dialogo tra i due bot:
Bob: i can i i everything else . . . . . . . . . . . . . .
Alice: balls have zero to me to me to me to me to me to me to me to me to
Bob: you i everything else . . . . . . . . . . . . . .
Alice: balls have a ball to me to me to me to me to me to me to me</em
A questo punto l’esperimento è stato interrotto e i bot riprogrammati.

Forse, anche per il modo in cui è stato affrontato l’argomento sui media e sui social, l’evento in sé può sembrare un po’ inquietante: in realtà, secondo Dhruv Batra, ricercatore del Fair, si è fatto molto rumore per nulla, perché «sebbene l’idea che le macchine inventino un loro linguaggio possa sembrare allarmante o sorprendente per alcune persone non del campo, è un settore dell’intelligenza artificiale ben solido, che ha alle spalle pubblicazioni e ricerche di anni. Semplicemente alcuni bot a cui viene chiesto di svolgere un compito spesso trovano dei modi non intuitivi per raggiungere il risultato».
Anche se sembra l’incipit di un techno-thriller, non dobbiamo deve spaventarci: l’intelligenza è per definizione un processo adattivo, non qualcosa di statico. E’ naturale quindi che quelle che progettiamo come intelligenze artificiali, sviluppino la capacità di apprendere e rielaborare quanto imparato.

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Il motivo per cui non dobbiamo avere paura dei robot è semplice e lo hanno ben spiegato (anche se in due distinti speech del Creativity Day) Marco Calzolari prima e Pasquale Diaferia poi: non dobbiamo avere paura dei chatbot, perché loro sono dalla nostra parte, lavorano per noi. Possiamo creare robot che possano replicare l’intelligenza, ma per quanto artificiale, precisa e creata da noi su misura, quell’intelligenza avrà sempre bisogno del nostro imprinting emotivo, prima ancora che creativo, per produrre risposte e creare contenuti.

 

Ecco un esempio perfetto. Questa primavera è andata in onda su NatGeo una serie tv chiamata “Genius”, sulla vita di Albert Einstein: la fase di lancio del programma ha visto la creazione di un prodotto, un chatbot su Messenger dove poter giocare, simulando una conversazione con Einstein. Questo prodotto ha avuto un seguito pazzesco, superando di gran lunga le aspettative dei creatori. Sapete a chi è stata affidata la responsabilità dei contenuti del chatbot? Agli stessi sceneggiatori del programma.

Cosa ci dice questa storia? Che in un mondo come quello attuale, dove la sfida è sempre più parlare ad una persona alla volta, i programmatori, per permettere ai prodotti creati di emergere, avranno sempre più bisogno di sceneggiatori.

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Ed è per questo che non dobbiamo avere paura che i robot possano sostituirci: per funzionare, avranno sempre bisogno di una mente creativa ed emotiva che li guidi.
Perché quello che mai nessuno potrà automatizzare dell’essere umano é, per l’appunto, il nostro essere umani.

Federica Berra

Il modo in cui mi approccio alla realtà è influenzato da una serie di elementi: il percorso di studi seguito (Scienze della Comunicazione), la passione per il mondo del marketing, Game of Thrones (ma anche Lost, Dexter, Buffy, Twin Peaks e le serie TV in generale).
Mi affascina scoprire come ogni giorno venga inventato qualcosa di nuovo (nel mondo del tech, dei servizi, del food… ovunque!) e come la creatività sia la vera artefice di tutto ciò: e come dice Rodari «il processo creativo […] – udite! Udite! – ha un carattere giocoso: sempre.»